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Nel precedente post sulla vitamina D vi avevo anticipato che c’è un’altra sostanza che andrebbe sempre ad essa associata per ottimizzarne gli effetti, cioè la vitamina K2, un'ulteriore rappresentante delle vitamine liposolubili dalle proprietà straordinarie.


Andiamo quindi a conoscerla un po' meglio.

La vitamina K2 fa parte di un gruppo di tre sostanze chimicamente denominate naftochinoni:

- Vitamina K1 o fillochinone, di origine vegetale, ben rappresentata nella dieta

- Vitamina K2 o menachinone, di origine prevalentemente batterica, sintetizzata dal microbiota (i batteri che vivono nell’intestino) a partire dalla K1. Comprende diversi sottotipi a seconda della lunghezza della catena laterale. I menachinoni MK-7 a catena lunga sono i più efficaci perché meglio assorbiti a livello intestinale, rispetto a quelli a corta catena MK-4. Ne occorre quindi un dosaggio minore e sono più biodisponibili per ossa, arterie e tessuti molli.

La vitamina K2 si può trovare già trasformata in alimenti fermentati, in particolare il natto (soia fermentata), di ampio consumo in Giappone. Un’altra fonte di vitamina K2 è il grasso di animali nutriti ad erba, quindi in particolare burro e ghee (burro chiarificato) di vacche alimentate al pascolo.

- Vitamina K3 o menadione, di origine sintetica.


La definizione deriva dal termine Koagulation vitamin, ad indicare l’azione prevalente antiemorragica. Infatti la vitamina K1 interviene nella sintesi della protrombina e quindi regola il meccanismo della coagulazione.

Mentre la K1 era conosciuta fin dagli anni 30 del secolo scorso, la K2 è stata correttamente identificata nel suo ruolo solo alla fine degli anni 90 e solo a partire dal 2007 ci si è resi conto della enorme carenza nella popolazione e del suo impatto sulla salute umana. Ancora oggi viene spesso confusa con la K1, nonostante la sua azione sia totalmente diversa e indipendente da essa.


In realtà il dentista Weston Price, noto come il “Darwin dell’alimentazione” per aver identificato gli effetti deleteri dell’alimentazione moderna studiando le popolazioni che ancora vivevano secondo lo stile di vita tradizionale, già nel 1939 aveva pubblicato un lavoro in cui veniva descritta in modo pressoché perfetto, denominandola Fattore X.

Price si rese conto perfettamente che il declino fisico che si stava compiendo sotto i suoi occhi nel passaggio da una generazione alla successiva, con l’adozione di una dieta occidentale, era legato all’assenza di fattori essenziali che avevano garantito la buona salute e l’armonico sviluppo dei loro progenitori. Scoprì che le diete delle culture tradizionali contenevano almeno quattro volte i minerali e le vitamine idrosolubili presenti nell’alimentazione americana degli anni 30, ma soprattutto almeno dieci volte più vitamine liposolubili. Fra queste, la A e la D erano già state correttamente identificate all’epoca, ma Price identificò nel misterioso fattore X il responsabile della salute di denti e ossa e creò un olio, derivato da burro di mucche al pascolo, con il quale, associando il ripristino di una corretta alimentazione, ottenne risultati stupefacenti per la cura dei suoi pazienti.


La K2 infatti regola l’omeostasi del calcio e il metabolismo dell’osso, tramite l’attivazione della Matrix GLA Protein (MGP o periostina), una proteina che, legando il calcio circolante nel sangue, ne impedisce la precipitazione nelle pareti arteriose. Al contrario, sembra svolgere un’azione opposta a livello osseo, favorendo la deposizione di calcio attraverso l’attivazione di una Bone GLA Protein (osteocalcina). Studi in vitro indicano che la vitamina K2 riduce significativamente la deposizione di cristalli di calcio e incrementa il processo di osteogenesi a livello osseo. Nell’animale da esperimento la supplementazione di vitamina K2 ha ridotto in 6 settimane le calcificazioni aterosclerotiche.


Nel 2015 Knapen e Coll. Hanno pubblicato il primo studio randomizzato in doppio cieco, i cui risultati confermano la riduzione del rischio cardiovascolare con l’assunzione di vitamina K2. Dopo tre anni di integrazione con 180 mcg si è osservato un miglioramento statisticamente significativo dell’elasticità vascolare.


Da alcune ricerche sembra che esista una relazione tra bassi livelli di vitamina K2 nel sangue e rischio di fratture e osteoporosi. In particolare la vitamina K2 agisce in modo sinergico con la vitamina D per il miglioramento della densità ossea, in quanto la vitamina D sembra stimolare la sintesi di osteocalcina, attivata grazie all’intervento della vitamina K2. Alcuni studi in vivo e in vitro, in particolare anche lo studio europeo EPIC, hanno evidenziato un ruolo antineoplastico della vitamina K2, soprattutto per quanto riguarda polmone e prostata, ma anche leucemie e mieloma. Tale capacità sembra essere legata all’induzione da parte della vitamina dell’apoptosi delle cellule cancerose.


La carenza di vitamina K2 al momento non è facilmente diagnosticabile in laboratorio; per il suo tipo di metabolismo si ritiene che sia frequente in presenza di malattie epatiche e biliari, celiachia ma anche di parassitosi e disbiosi intestinale. Terapie antibiotiche prolungate, attraverso l’alterazione del microbiota, possono causare deficit di K2. Nelle persone obese il tessuto adiposo ne favorisce il sequestro, quindi, come per la vitamina D, si instaura quasi sempre una condizione di deficit.

Gli anticoagulanti a base di warfarin (Coumadin) agiscono in virtù del loro effetto anti-vitamina K e creano quindi un deficit anche di K2, a causa del quale il loro uso a lungo termine è associato a maggior incidenza di osteoporosi, fratture e calcificazioni vascolari.

Peraltro è quasi certo che il deficit interessi una fascia di popolazione molto più ampia, in quanto i cibi dai quali se ne riesce ad assumere un quantitativo rilevante sono scarsamente rappresentati nell’alimentazione standard occidentale e la quota prodotta dal microbiota intestinale è molto soggettiva, in relazione soprattutto allo stato di eubiosi dell’individuo. Terapie antibiotiche frequenti o prolungate, così come chemioterapici, statine e altri farmaci ad impatto sfavorevole sui nostri batteri amici, accentuano ulteriormente questa carenza riducendo anche la quota di produzione endogena.


Non si conoscono controindicazioni alla somministrazione di vitamina K2 e in letteratura non sono mai stati riportati danni da tossicità. Al contrario, la sua carenza si ritiene possa essere almeno in parte responsabile di numerose problematiche di salute cardiovascolare e ossea.


Il dosaggio consigliato in prevenzione va dai 100 ai 200 mcg/die se si parla della forma MK-7, mentre occorrono supplementazioni dell’ordine di 45 mg/die per la MK-4, molto meno attiva.

Esistono studi preliminari che sembrano dimostrare che alte dosi di vitamina K2 (fino a 1600 mcg/die) riducano lo spessore della placca ateromasica. In quanto vitamina liposolubile è consigliata l’assunzione durante un pasto contenente grassi. La somministrazione non è controindicata in corso di terapia con warfarin perchè non ha interferenza con la coagulazione ma vanno valutati attentamente i rischi e i benefici.

La vitamina K2 andrebbe somministrata sempre quando si fa una supplementazione di vitamina D, soprattutto ad alto dosaggio, per evitare il rischio di depositi di calcio in sede vascolare e renale.

È fondamentale anche in gravidanza e allattamento per favorire un corretto sviluppo osseo del bambino.

Il mito dell’alimentazione a basso contenuto di grassi ci espone fra le altre cose a una pericolosa carenza di vitamine liposolubili e se possiamo pensare (spesso a torto) di poter accumulare sufficiente vitamina D con l’esposizione solare, è del tutto impossibile un adeguato apporto di K2 senza corretta assunzione di grassi, in particolare il prelibato ghee da animali allevati al pascolo, il burro di montagna, il tuorlo d’uovo, le anguille e (per chi apprezza) le frattaglie animali. Non dimentichiamo naturalmente i fermentati: se il natto, dall’aroma di calzini indossati per una settimana in estate, difficilmente può incontrare il nostro gusto di occidentali, formaggi come Cheddar e Camembert, kefir e crauti possono essere un supporto all’integrazione, peraltro quasi sempre necessaria.

Per approfondire consiglio:


Bertoletti M, Raffelli R. Menopausa- Il tempo ritrovato. Universo Editoriale, 2020


Knapen M.H.,Menaquinone-7 supplementation improves arterial stiffness in healthy postmenopausal women. A double-blind randomised clinical trial.ThrombHaemost. 2015 May;113(5):1135-44


Nimptsch K. et al,Dietary vitamin K intake in relation to cancer incidence and mortality: results from the Heidelberg cohort of the European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC-Heidelberg).Am J ClinNutr. 2010 May;91(5):1348-58


Rhéaume-Bleue K., La vitamina che ti farà vivere 100 anni. Newton Compton Editori, 2017


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Con l’avvicinarsi della stagione fredda e delle inevitabili recrudescenze delle malattie stagionali, vale senz’altro la pena di fare un piccolo ripasso a proposito della vitamina D.


Secondo gli studi di Michael Holick, uno dei più grandi esperti a livello mondiale, la carenza di vitamina D è quella più diffusa al mondo, sia nei bambini che negli adulti. In Italia la SIOMMMS (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro) ne stima un deficit nell’80% della popolazione. La condizione carenziale aumenta con l’età fino a interessare la quasi totalità della popolazione italiana anziana che non la assume. Un recente (2015) studio italiano ha rilevato una carenza di oltre il 97% nei neonati italiani. A che cosa è dovuta questa situazione?


Per capirlo, dobbiamo studiare il modo in cui il nostro organismo se la procura.

La fonte principale di vitamina D è la radiazione solare, che trasforma il 7-deidrocolesterolo in pre-vitamina D3, mentre la quota di origine alimentare si aggira intorno al 20% e deriva principalmente dai pesci grassi, dal fegato e dalle uova; particolarmente ricco è l’olio di fegato di merluzzo. I raggi ultravioletti, in particolare gli UVB che sono quelli utili, di lunghezza d’onda compresa fra 290 e 315 nm, sono presenti solo per un numero limitato di ore, variabile a seconda della stagione e della latitudine (alle nostre latitudini fra le 11 e le 14, particolarmente fra aprile e luglio, con un picco fra maggio e giugno). La vitamina D assumibile con gli alimenti vegetali ha attività da 50 a 100 volte inferiore a quella di origine animale ed è quindi poco efficace.

La vitamina D introdotta con la dieta o ottenuta con la radiazione solare è biologicamente non attiva e deve subire due reazioni di idrossilazione per essere trasformata nella forma attiva, il calcitriolo 1,25(OH)D. La prima avviene a livello periferico in vari tessuti, dando origine a 25-idrossicolecalciferolo 25(OH)D, la seconda livello renale.


Una serie di fattori quindi determinano la sua carenza:

-Età: il soggetto anziano produce a parità di esposizione almeno il 30% in meno di vitamina D con l’esposizione solare

-Indice di massa corporea o BMI: nelle persone obese la vitamina D tende ad essere sequestrata nel tessuto adiposo e poco biodisponibile

-Fototipo cutaneo: le persone con pelle scura a causa dell’effetto della melatonina sintetizzano meno vitamina D

- Abbigliamento protettivo, filtri solari

- Vetri, che filtrano gli UVB

-Inquinamento atmosferico, a causa dell’assorbimento degli UVB da parte di alcune particelle


Per la sua struttura e le sue funzioni la vitamina D è in realtà un ormone, che ha come principale funzione la regolazione del metabolismo del calcio. Infatti, come un ormone steroideo entra nelle cellule e va a legarsi ad un recettore nucleare, stimolando la produzione di varie proteine, specie trasportatori del calcio. Essendo liposolubile si distribuisce soprattutto nei tessuti ricchi di grasso e la quantità depositata è maggiore quanto più tessuto adiposo è presente nell’organismo; a causa di ciò le persone in sovrappeso hanno bisogno di quantità maggiori per raggiungere livelli ottimali nel sangue.


Quali sono le funzioni della vitamina D?


La vitamina D favorisce il riassorbimento di calcio a livello renale, l’assorbimento intestinale di calcio e fosforo e i processi di mineralizzazione dell’osso. La regolazione dei livelli di calcio e fosforo avviene in sinergia con altri due ormoni, il paratormone (PTH) e la calcitonina (CT). La calcitonina favorisce l’eliminazione urinaria del calcio e la sua deposizione nell’osso, portando un abbassamento dei livelli ematici di calcio; il PTH invece aumenta il riassorbimento renale di calcio, ne stimola il rilascio da parte dell’osso e induce il rene a produrre 25(OH)D; tutte queste azioni si traducono in un aumento della calcemia. La regolazione di questi tre ormoni è legata ai livelli di calcio nel sangue: una condizione di ipocalcemia stimola la produzione di PTH e 25(OH)D, un aumento induce la produzione di CT.


Ma il ruolo della vitamina D non si limita a questo; molti studi hanno evidenziato un suo ruolo importante nella regolazione della risposta immunitaria.

Il suo valore nelle patologie autoimmunitarie è sempre più riconosciuto; in particolare la forma attiva della vitamina D agisce da immunomodulatore, inibendo l’iperattività dei linfociti TH17 tipica di queste malattie. Soprattutto per la sclerosi multipla, molti studi hanno dimostrato una relazione causale fra bassi livelli di vitamina D e insorgenza della malattia e la sua supplementazione interviene nella riparazione della guaina mielinica, portando a significativi miglioramenti. Nel 2014 è stato evidenziato dallo studio italo-norvegese EnvIMS una associazione fra ridotta esposizione al sole e aumentato rischio di SM, tanto che da una review dell’American Society for Nutrition i livelli di vitamina D circolanti vengono considerati come marcatori della malattia e la supplementazione viene ritenuta terapeutica.


Sembra anche che la vitamina D possa essere considerato un ormone neuro attivo, in grado di incidere sul declino cognitivo e addirittura nell’Alzheimer. Bassi livelli di vitamina D sembrano essere associati a depressione, secondo i risultati di uno studio pubblicato nel 2013 sul British Journal of Psychiatry e basato sull’analisi di oltre 30000 persone. Vari altri lavori suggeriscono un effetto antidepressivo della vitamina D somministrata ad alte dosi e notoriamente l’esposizione alla luce solare migliora il tono dell’umore, in parte anche per aumento di sintesi della vitamina.


Inoltre la vitamina D ha un effetto anticancro, attraverso la sua azione antiproliferativa e la sua capacità di controllare l’apoptosi, ossia la morte cellulare programmata. Vari studi hanno evidenziato una diminuzione statisticamente significativa del rischio di insorgenza di carcinomi; in particolare da uno studio del 2011 pubblicato su AnticancerResearch è emerso che 4000-8000 UI al giorno di vitamina D riducono a metà il rischio di cancro al seno e al colon, oltre che di diabete e sclerosi multipla. Inoltre, più alti livelli ematici di vitamina D sono associati in modo statisticamente significativo a minore mortalità per queste due neoplasie (Eur.J.Cancer 2014). Una metanalisi recente ha rilevato che alti livelli di vitamina D sono protettivi per il cancro al polmone.


Sempre più lavori infine correlano il deficit di vitamina D a un aumento di rischio cardiovascolare, sia direttamente sia tramite un aumento di incidenza di ipertensione, diabete, obesità e sindrome metabolica.


Come ho già detto, la vitamina D ha un ruolo importante come immunomodulatore, cosa di fondamentale importanza contro gli agenti microbici, tanto che un suo adeguato livello nel sangue è risultato ridurre significativamente l’incidenza di influenze e infezioni respiratorie acute; in particolare, è soprattutto una potente arma terapeutica contro la malattia del momento, la temutissima COVID-19.

Come sappiamo, la malattia si caratterizza per una prima fase di invasione e replicazione virale e una seconda di iperattivazione infiammatoria, la cosiddetta tempesta citochinica. Per entrambe queste fasi la vitamina D offre un grande aiuto, ampiamente documentato nella letteratura scientifica, nella quale sono riportati fino al mese di settembre 2021 ben 827 lavori pubblicati e sottoposti a revisione paritaria.

Una vasta metanalisi di novembre 2020 conclude ad esempio che vi è un’associazione fra il deficit di vitamina D e la severità della malattia. La carenza di vitamina D riduce infatti i linfociti Tregs, principale difesa contro l’infiammazione incontrollata, aumenta le citochine infiammatorie e il rischio trombotico. Nei protocolli di cura domiciliare precoce messi a punto dai gruppi di medici che nel corso della pandemia si stanno occupando di far fronte all’emergenza (ai quali anch’io do il mio piccolo contributo), la supplementazione della vitamina ad alto dosaggio è un presidio indispensabile, a fianco e non meno importante della terapia farmacologica.


Ma qual è il dosaggio giusto da assumere?


La semplice valutazione della vitamina D nel sangue va sempre eseguita per conoscere il nostro livello di partenza, necessario per calibrare la quantità necessaria. Attualmente in Italia un livello inferiore a 30 ng/ml è considerato la soglia dell’insufficienza, ma sufficiente non significa ottimale e secondo molti esperti sarebbe opportuno almeno un livello fra 50 e 70 ng per avere una protezione non solo a livello osseo.

Da lavori recenti, nei quali è stata comparata la somministrazione in boli (dosi elevate in unica assunzione) con dosi equivalenti suddivise giornalmente, si è evidenziato che quest’ultima modalità consente un assorbimento molto maggiore ed è quindi da preferire, se possibile. Da uno studio del 2010 su donne dai 70 anni in su si è addirittura evidenziato che megadosi di 500.000 UI una volta all’anno aumentano il rischio di cadute e fratture.

In generale, una supplementazione che consenta di raggiungere livelli ottimali è di circa 5000 UI giornaliere, sebbene a volte occorrano dosaggi più alti, anche in funzione dello stile di vita, della struttura corporea e della capacità di assorbimento. Il rischio di tossicità è molto ridotto anche con dosaggi consistenti, ma è comunque sempre necessario monitorare i livelli ematici almeno una o due volte l’anno.

È importante infine sottolineare l’indispensabile associazione con la vitamina K2, di cui parlerò in una prossima puntata.


To be continued …




Per approfondire consiglio:


Bertoletti M, Raffelli R. Menopausa- Il tempo ritrovato. Universo Editoriale, 2020


Pereira M et al. Vitamin D deficiency aggravates COVID-19: systematic review and meta-analysis. Crit Rev Food Sci Nutr. 2020 Nov 4:1-9


Weir EK, et al. Does vitamin D deficiency increase the severity of COVID-19? Clin Med (Lond). 2020;20(4):e107-e108

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Aggiornamento: 31 mar 2021

La bella domanda sulla guarigione spirituale che mi ha fatto una giornalista in un’intervista sul libro mio e di Monica Bertoletti “Menopausa- Il tempo ritrovato” (Edizioni Universo Editoriale, https://www.edizioniuniverso.it/prodotto/menopausa-il-tempo-ritrovato/ ), che uscirà sul numero di aprile della rivista Scienza e Conoscenza, mi offre lo spunto per parlare di questo tema, che trattiamo di rado, ma che tuttavia è di importanza non certo inferiore ad argomenti quali alimentazione, integrazione e stile di vita.


Per affrontare la tematica della guarigione spirituale, dobbiamo per prima cosa chiederci che cos’è la spiritualità.

È un termine che ognuno interpreta in modo un po’ diverso, che per alcuni si identifica con la religione, ma che in realtà ha un’accezione molto più vasta e complessa.

Credo che si possa definire come il percepire la sacralità del tutto e il sentirsi parte dell’universo, comprendendo che ogni azione e ogni pensiero comportano delle conseguenze e che ogni vita ha uno scopo. Tutte le culture tradizionali l’hanno sempre saputo molto chiaramente, ma ora la fisica quantistica lo spiega attraverso il fenomeno dell’entanglement o correlazione quantistica: lo stato quantico di ogni costituente il sistema dipende istantaneamente dallo stato degli altri costituenti. Attraverso una serie di esperimenti si è giunti alla conclusione che il valore misurato per una particella di una proprietà definita dell'insieme influenzi istantaneamente il corrispondente valore dell'altra, che risulterà tale da mantenere il valore globale iniziale. Ciò rimane vero anche nel caso che le due particelle si trovino distanziate, senza alcun limite spaziale. In pratica, una volta che due particelle hanno interagito rimangono connesse al di là di spazio e tempo. “Tutto è uno”, traduzione italiana del titolo del famoso libro di Michael Talbot "The Holographic Universe".

Il leggendario Ermete Trismegisto recita nella Tavola Smeraldina “ciò che è in basso è uguale a ciò che è in alto e ciò che è in alto è uguale a ciò che è in basso”, ossia il microcosmo riflette il macrocosmo e viceversa. Ogni cellula è un piccolo universo e ad ogni livello di manifestazione regnano le medesime leggi, una delle quali è il principio di polarità, che la medicina tradizionale cinese chiama Yin e Yang. La realtà consiste di unità, che però si manifestano alla coscienza umana solo in termini duali, opposti: caldo e freddo, notte e giorno, maschile e femminile, estate e inverno; essi sono inseparabili, come dimostra il simbolo del Tao, e ognuno contiene sempre una parte del suo opposto, nel quale gradualmente si trasforma senza interruzione. Lo psicologo tedesco Thorwald Dethlefsen spiega nel suo “Il destino come scelta” che l’esperienza fondamentale della polarità è il respiro, fondamento della vita: non c’è inspirazione senza espirazione e viceversa. La vita è ritmo, movimento e trasformazione continua: qualunque fissazione è ostile alla vita e impedisce l’evoluzione. Così, salute e malattia si condizionano reciprocamente e non possono esistere in modo indipendente: la salute esiste solo in quanto esiste la malattia; del resto, la fisica ha dimostrato che la luce è sia onda che particella: non c’è contrapposizione ma coesistenza.

Come la solitudine non è né buona né cattiva, né gradevole né sgradevole, ma dipende dal nostro atteggiamento nei suoi confronti, potendo essere per alcuni sofferenza, per altri una piacevole circostanza di riflessione e meditazione, così la malattia o gli eventi avversi possono essere l’ennesima occasione per incolpare il mondo esterno (la famiglia, la società, i virus, i traumi) oppure un’opportunità di evoluzione e di crescita. Guarire significa in ultima analisi cogliere l’informazione contenuta nella malattia, che presuppone il porsi il problema del suo significato. Finché non arriveremo a porci queste domande, potremo solo reprimere dei sintomi, costringendo il corpo a manifestare il suo disagio su un altro piano e con altri disturbi.


La guarigione spirituale è quella che ha permesso allo psicologo Viktor Frankl di uscire a testa alta dal lager, avendo sempre avuto ben chiaro il senso dello scopo della sua esistenza. È ciò che ha consentito a Nelson Mandela di avviare un processo di conciliazione nazionale pur avendo passato metà della sua vita in carcere, sostenuto dalla poesia di Henley,

Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,

Nera come un pozzo che va da un polo all'altro,

Ringrazio gli dei qualunque essi siano

Per la mia indomabile anima.

Nella stretta morsa delle avversità

Non mi sono tirato indietro né ho gridato.

Sotto i colpi d'ascia della sorte

Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime

Incombe solo l'orrore delle ombre.

Eppure la minaccia degli anni

Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,

Quanto piena di castighi la vita,

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima.


La guarigione spirituale è quella che ha fatto superare a Louise Hay un’infanzia di abusi e un cancro, facendola diventare un punto di riferimento per milioni di persone in tutto il mondo; è quella che fa sì che tanti di noi sappiano essere resilienti anche dopo traumi e lutti apparentemente insuperabili.

Per contro, come ho già detto, non ci può essere guarigione vera senza guarigione spirituale; possiamo avere una scomparsa dei sintomi, ma se non curiamo le ferite dell’anima che ne sono la causa, il corpo tornerà a presentare il conto, a volte proprio in quell’età di passaggio che è la menopausa.


Questo è tanto più vero in un momento storico come questo, nel quale ci troviamo tutti profondamente feriti. La pandemia ci ha costretti a confrontarci con sentimenti atavici come la paura, in tutti i suoi gradi di intensità, ma anche la rabbia, l’impotenza, la frustrazione, la ribellione o la rassegnazione. Per quanto ci abbiano colpiti in modo diverso a seconda del nostro carattere, della nostra condizione economica, sociale e familiare e del nostro grado di equilibrio e centratura, è certo che nessuno ne esce indenne. Dicevamo all’inizio, quando eravamo spaventati ma anche fiduciosi che sarebbe durata poco, che questo trauma ci avrebbe reso migliori: sembrava prevalere la solidarietà, spuntavano ovunque cartelli pieni di ottimismo e la gente cantava dai balconi per farsi coraggio. Ora, dopo un anno abbondante, siamo sempre più divisi, fra fedelissimi del mainstream, negazionisti, complottisti, vaccinisti e non vaccinisti, pro- e anti-chiusure, in genere sempre in base alla nostra situazione personale e con poca considerazione per quella altrui.

E forse, come nel Sudafrica post-apartheid, è ora di incominciare a pensare a un processo di riconciliazione e di ricostruzione.


Certo, Nelson Mandela all’orizzonte non se ne vedono, ma credo che possiamo diventare da soli i “capitani della nostra anima”. Non esiste una via unica, un percorso uguale per tutti, poiché, citando il grande maestro Krishnamurti, “truth is a pathless land”, la verità è una terra senza sentieri. Possiamo cercare di risvegliare l’energia di guarigione che ognuno di noi possiede, utilizzandola per riequilibrare i nostri centri energetici (chakra, punti e meridiani di agopuntura), il nostro corpo fisico e i corpi più sottili e immateriali, attraverso le varie tecniche di cui parliamo nel libro: dal tapping o EFT (Emotional Freedom Technique), un modo rapido per ridurre gli ormoni dello stress, picchiettando alcuni punti di agopuntura su viso e corpo; alla coerenza cardiaca, raggiungibile attraverso la respirazione, la recitazione di formule o anche rievocando sentimenti positivi; alla terapia dei chakra, ai diapason, che creano risonanza attraverso il cervello, il corpo, le emozioni e anche i livelli energetici più sottili, potendo armonizzare le nostre frequenze; alla meditazione, ad esempio nella sua variante moderna e occidentalizzata della mindfulness.

Talora possiamo anche aver bisogno di aiuti esterni per superare traumi profondi, e quindi di un terapeuta che ci guidi; può essere attraverso la EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari), un approccio terapeutico basato sulla stimolazione alternata dei due emisferi cerebrali in modo da risolvere i condizionamenti emotivi legati alle informazioni ansiogene; oppure con la kinesiologia applicata, il reiki, l’agopuntura, la reflessologia, il massaggio e le campane tibetane, la biorisonanza. L’elenco è quasi infinito e sta a noi sperimentare e percepire ciò che ci risuona maggiormente.


Ma a volte per staccare la spina delle emozioni distruttive basta ancora meno: in primis, una passeggiata nella natura, la grande guaritrice: che sia un bosco, il mare o la montagna, si tratta di ambienti ricchi di ioni negativi che ci ricaricano energeticamente e vibrano ad alta frequenza. Leggere un buon libro, che sia fonte di ispirazione elevata (ne metto alcuni in bibliografia, ma l'elenco è infinito), o una poesia; ascoltare musica, rilassante o energizzante a seconda del nostro stato d’animo; coccolarci con un bagno caldo con i Sali di Epson, ad azione detossificante; utilizzare gli oli essenziali, sia nell’ambiente che su di noi, scelti sulla base della loro azione, oppure i cristalli; muovere il corpo con il ballo, lo yoga, il tai qi o qualunque altra attività che ci faccia sentire in armonia con noi stessi e l’ambiente.


Se non sempre aiuta condividere con familiari e compagni i nostri momenti di terapia per lo spirito, perché talvolta abbiamo più bisogno di silenzio e solitudine per riuscire a trovare il nostro centro e il nostro equilibrio, è invece immancabilmente terapeutico dedicarci ai nostri animali domestici. Riporto una notizia tratta dal web: “Boom di adozioni per cani e gatti nel 2020: l'Ente Nazionale Protezione Animali (Enpa) ha trovato casa nel 2020 a 8.100 cani e 9.500 gatti, oltre il 15% in più rispetto al 2019 per un totale di 17.600 animali domestici. Un incremento che in alcune città sale fino al 20% o al 40%. È il caso, ad esempio, di Treviso, Perugia o Monza, dove addirittura a dicembre il rifugio Enpa è rimasto senza cani da adottare.” Un piccolo miracolo della pandemia, che ci fa capire come per moltissime persone sia stato naturale cercare di alleviare una situazione di estrema difficoltà e disagio tramite l’amore incondizionato di un compagno peloso. Una medicina senza effetti collaterali e senza rischi, ma attenzione: crea grave dipendenza e spesso induce

alla tentazione di aumentare la dose!







Per approfondire consiglio:


Talbot M. Tutto è uno. L’ipotesi della scienza olografica, Universale Economica Feltrinelli. Oriente (2016)

Dethlefsen T. Il destino come scelta. Edizioni Mediterranee. (1984)

Frankl VE. Uno psicologo nei lager. Ares edizioni (2012)

Hay LL. Puoi guarire la tua vita. MyLife (2013)

Myss C. Anatomia dello spirito. Anima edizioni (2011)

Dispenza J. Cambia l'abitudine di essere te stesso. MyLife (2012)

Mandela N. Lungo cammino verso la libertà. Feltrinelli (2012)

Bertoletti M, Raffelli R. Menopausa- Il tempo ritrovato. Universo Editoriale (2020)

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