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Era il 2 ottobre 2014 e Roberto ed io partivamo per un viaggio che sarebbe durato quasi un anno. Roberto aveva sospeso i suoi contratti come consulente pedagogico e io avevo "piazzato" i miei corsi di L2 tra le mie due amiche/colleghe di una vita. La casa affidata a G., insieme all'auto e ai gatti. Quel 2 ottobre G. e T. ci hanno accompagnato in aeroporto, dove ci avevano raggiunto anche M. e F. per l'ultimo aperitivo prima della partenza. In macchina, diretti all'aeroporto, mentre lamentavo una certa preoccupazione riguardo al lavoro al mio rientro, T. che, a quel punto, stava insegnando nelle mie ex classi da circa due settimane, mi disse "Tranquilla Lu, appena torni, quelle sono tue!!". In effetti non erano ragazzi facili da gestire, ma divertenti.... talvolta!

Comunque, prima destinazione Calcutta! Da lì abbiamo risalito le rive del Gange fermandoci in alcune città sacre per gli indiani.... Perché sacre, in molti casi mi è risultato davvero incomprensibile, ma, diciamo, interessanti. Il primo mese è passato così tra Bodhgaya, Varanasi, Khajuraho, Orcha e fino ad Agra per l'imperdibile Taj Mahal.

Il secondo mese ci aspettava un intensivo di ashtanga con una delle insegnanti più "fricchettone" del mondo dello yoga a Rishikesh, paradiso di tutti i praticanti dai tempi dei Beatles. Con un autista che non parlava inglese e probabilmente non aveva neppure la patente, siamo arrivati all'hotel che avevamo prenotato da casa, la sera tardi dopo un viaggio interminabile, fatto di strade sbagliate, incomprensioni e conseguenti incazzature.

La stanza era orribile e sporca, ma c'era da aspettarselo, quello che non avevamo capito è che l'albergo era situato in quella che viene chiamata Swiss Area: una sorta di zona residenziale fatta di piccoli hotel e svariati ristoranti. Il problema è che era a oltre 20 minuti a piedi dalla nostra scuola di yoga che era invece in centro. Quindi tutte le mattine alle 5,30 uscivamo per andare alla lezione che cominciava alle 6,00 e all'andata tutto bene, come si dice "tutto in discesa". Era il ritorno il nostro incubo quotidiano: 20 minuti tutti in salita con strappo finale per raggiungere il nostro albergo che era, naturalmente quello più in alto e poi altri tre piani di scale. Dopo due ore di ashtanga era davvero una fatica! Ogni giorno dopo la pratica, ci trascinavamo su per quella collina, per fare una doccia prima della tanto attesa colazione. Avevamo trovato, ai piedi della lunga salita, un piccolo ristorante gestito da alcuni ragazzi tibetani gentilissimi. Un posto semplice, non troppo curato, ma dall'atmosfera tranquilla, con una colonna sonora adatta al momento che stavamo vivendo e, soprattutto una colazione strepitosa! Inutile dire che mano a mano che passavano i giorni, la pratica si intensificava e la risalita per la doccia sembrava sempre più impervia e faticosa. Ogni giorno Roberto, arrivati in prossimità dei tibetani chiedeva "ma se ci fermassimo per la colazione e facciamo la doccia dopo?". "No, no - rispondevo io con il solito tono un po' asburgico come se avesse detto la più grande delle bestialità - siamo tutti sudati, bisogna fare la doccia!". Ma dopo poco più di una settimana ho ceduto! All'ennesima domanda "cosa dici ci fermiamo prima qui?" un giorno ho detto "SI" e così la prassi è diventata che passavamo circa due o tre ore tra ordinare, aspettare e mangiare, in quel piccolo giardino. In quel tempo ci connettevamo con il mondo, con la mia allora piccolissima nipotina, qualche amico e un po' di famiglia.

Le colazioni dai tibetani sono rimaste per me e Roberto tra le più buone di tutti i tempi: hashbrown, uova, frutta. Era soprattutto lo hashbrown che ci aveva colpito e ci piaceva moltissimo. In questi giorni di quarantena a Roberto è ritornato in mente "ma ti ricordi quella cosa buonissima che mangiavamo dai tibetani? La sapresti fare?". Sfida accettata, veloce confronto con La Robby ed eccovi qua la ricetta: senza glutine, a basso indice glicemico, con un buon apporto proteico e grassi buoni. Naturalmente potete accompagnare gli hashbrown con qualunque cosa vi piaccia.... Tra quelle ammesse, ovviamente! Buon appetito!



Tortini di patate (Hashbrown) e uova in camicia con funghi e avocado

Ingredienti (per due persone)

per i tortini di patate:

4 patate piccole

1 uovo

sale qb

pepe qb

ghee/olio di cocco per ungere la pentola

Per le uova in camicia:

2 uova

un cucchiaio di aceto

acqua

sale e pepe

2 funghi

1 avocado


Procedimento

Con una grattugia a maglie larghe, grattugiare le patate e raccoglierle in una ciotola. Aggiungere l’uovo leggermente sbattuto, condire con sale e pepe e amalgamare bene tutti gli ingredienti.

Ungere una padella antiaderente, riscaldare un cucchiaio di ghee, appena è caldo, versare (eventualmente ci si può aiutare con un coppapasta, ma poi va schiacciato e steso un po') metà delle patate. Lasciare cuocere a fuoco basso per 5/7 minuti, quando il tortino sarà abbastanza fermo, girarlo sull’altro lato e cuocere per altri 5 minuti. Procedere allo stesso modo con le restanti patate.

In una pentola fare bollire abbondante acqua (1/2 litro) a cui aggiungerete un cucchiaio di aceto. Quando inizia a bollire, girate forte l'acqua con un cucchiaio per creare una sorta di mulinello, versate l’uovo (uno alla volta) e con l'aiuto del cucchiaio cercate di radunare l’albume intorno al tuorlo. Cuocere per un paio di minuti, estrarre l’uovo dall’acqua e posarlo sopra il tortino di patate. Affettate i funghi (uno per persona) e l’avocado (mezzo per persona) e metteteli nel piatto intorno alla tortino con l’uovo. Condite l’uovo con sale e pepe, così come i funghi e l’avocado.


Lucia Di Lucca

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Sempre più frequentemente sento e leggo, in corsi, convegni e articoli, contestazioni e critiche alla cosiddetta “moda” dell’eliminazione del glutine dall’alimentazione quotidiana. Una delle più frequenti obiezioni è che questo crei delle carenze, per esempio a livello di biodiversità del microbiota. È possibile, sebbene sia sempre difficile capire dai lavori quale alimentazione abbiano seguito le persone che hanno escluso il glutine: nella maggior parte dei casi si tratta infatti di celiaci che si nutrono con i fetentissimi prodotti industriali a loro dedicati, un infinito campionario di conservanti, addensanti, insaporitori, coloranti e additivi vari, indispensabili a simulare qualcosa che senza glutine è difficile da ottenere.


Nella mia esperienza personale mi sono resa conto che è quasi la regola che la gente stia meglio escludendo il glutine. Che poi non riesca a mantenere l’astinenza è un altro discorso, perché certo i prodotti da forno sono invitanti e appetitosi, la pizza e la pastasciutta pure e le pressioni dell’ambiente- amici e familiari- non aiutano chi non abbia una determinazione più che ferrea.

Del resto, sono i cibi cardine della dieta mediterranea, quelli che la gente ha mangiato fin dalla notte dei tempi e che fanno parte della cultura di quasi tutti i popoli: com’è possibile che facciano male? Perché solo adesso ce ne accorgiamo, se non perché qualche nutrizionista sadico ha deciso di prenderli di mira?


Il discorso è molto lungo, parte dalla storia evolutiva umana e coinvolge parecchi altri alimenti, inclusi cereali, legumi e latticini, ma di questi parlerò in un altro post e soprattutto nel meraviglioso, prossimo libro mio e di Lucia, che speriamo venga alla luce a breve… noi ci stiamo lavorando assiduamente, complice il lockdown!

Quindi oggi mi limito a spiegarvi le ragioni che ci fanno dire che il glutine è un elemento da evitare come la peste o come (più modernamente) il coronavirus.


Prima di tutto, cos’è il glutine?

Il glutine è un complesso alimentare di proteine, nel quale le principali sono le GLUTENINE e le GLIADINE e una piccola frazione sono albumine e globuline.

Si trova in vari cereali quali grano, farro, kamut, orzo, segale; l’avena ne sarebbe priva ma poiché viene generalmente lavorata in stabilimenti comuni a quelli del grano, ne è in genere contaminata a meno che non sia certificata “gluten free”.

Le principali proprietà di questo composto sono l’elasticità e la viscosità, che rendono possibile la lievitazione e la sofficità dei prodotti da forno; non solo, la sua collosità lo rende perfetto come additivo alimentare di infiniti, se non tutti, i prodotti alimentari industriali.

Naturalmente sappiamo come i celiaci debbano evitarlo totalmente, pena gravi disturbi e anche conseguenze a lungo termine per la salute. La gliadina costituisce il fattore scatenante, nei soggetti geneticamente predisposti, della catena di eventi infiammatori che porta a questa malattia autoimmune, nella quale gli anticorpi contro la proteina attaccano i villi intestinali, provocandone l’infiammazione e l’atrofia e di conseguenza una complessa sindrome da malassorbimento.

Ma se noi non siamo celiaci, dov’è il problema?

Il problema è che, anche se non apparteniamo all’1% circa della popolazione affetta da questa malattia autoimmune, la stimolazione del sistema immunitario provocata dalla gliadina non è esclusiva dei pazienti con malattia celiaca; in vitro è stata dimostrata la produzione di IL-23, IL-1β and TNF-α, citochine proinfiammatorie, anche nel sangue di soggetti sani, sebbene in quantità inferiore. Infatti, esiste un ampio spettro di forme di intolleranza al glutine, nel quale le reazioni sono mediate da IgG anti-gliadina, anziché dalle IgA (un’altra classe di immunoglobuline) tipiche della celiachia, e che si manifesta con disturbi vari, sia intestinali che non, quali dolore addominale, gonfiore, disturbi dell’alvo, annebbiamento mentale, stanchezza, cefalea/emicrania, dolori muscolari e/o articolari, depressione, intorpidimento degli arti, afte, manifestazioni cutanee.

Suona familiare? Ma c’è di più.

In uno studio pubblicato nel 1996 su Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche, il ricercatore Marios Hadjivassiliou riferisce che “la sensibilità al glutine è comune in pazienti con malattie neurologiche di origine ignota e può avere significato eziologico”. Tutti i dati esaminati dal suo gruppo indirizzano verso il considerare il glutine un importante fattore di rischio neurologico, indipendentemente dal coinvolgimento intestinale. Il neurologo americano David Perlmutter studia da anni la correlazione fra i carboidrati in generale, ma in particolare quelli contenenti glutine, e le malattie infiammatorie e degenerative del sistema nervoso, sostenendo la necessità di eliminarlo del tutto non solo nei pazienti affetti ma anche in prevenzione; peraltro, le sue conclusioni sono ampiamente sostenute dai dati della letteratura scientifica più recente. Una vasta review del 2018 conclude ad esempio che molti disturbi del movimento sono correlati a sensibilità al glutine e migliorano con l’astensione, mentre un’altra del 2019 pone il glutine fra i fattori di rischio per l’Alzheimer.

La diagnostica della condizione di sensibilità al glutine non celiaca viene fatta in modo esclusivamente clinico tramite i cosiddetti “Criteri di Salerno” del 2015, di una semplicità estrema: valutare la risposta a una dieta senza glutine e successivamente studiare gli effetti della sua reintroduzione. Fine. Curiosamente, il 50% dei pazienti con sensibilità al glutine non celiaca presentano a livello genetico le mutazioni HLA-DQ2 e HLA-DQ8 tipiche della celiachia, ad indicare una probabile continuità fra queste condizioni, dove l’autoimmunità rappresenta il punto finale e più serio.

Ulteriore dato importante, almeno il 30% della popolazione europea ha una o più mutazioni correlate alla celiachia, che quindi la espone a problemi di tolleranza al glutine; peraltro, si calcola che nella stragrande maggioranza delle persone con problematiche correlate al glutine, celiachia inclusa, la diagnosi non sia stata ancora posta.

Inoltre, la prevalenza della condizione di intolleranza non è ben definita anche per le difficoltà legate alla mancanza di parametri di laboratorio; sebbene siano riportate in letteratura percentuali che variano dal 10 al 30%, secondo alcuni autori potrebbero essere molto maggiori considerando anche le forme lievi. (Tanto per aggiungere una piccola nota di orgoglio campanilistico, fra i lavori più significativi sull’argomento spiccano quelli dell’équipe bolognese del professor Volta, dell’Università di Bologna).

Abbiamo visto che nella sensibilità non celiaca entrano in gioco gli anticorpi di classe IgG; una caratteristica delle reazioni IgG mediate è che possono manifestarsi anche dopo 72 ore dall’evento scatenante, quindi spesso è difficile notare la correlazione; se per esempio mangio pasta il lunedì e mi viene l’emicrania il mercoledì, non penso che sia stata provocata da questa. Solo la dieta da astensione in realtà riesce a farci capire se la nostra condizione di salute si modifica eliminando il glutine, e per quanto vedo, quasi sempre è così.

Ma il glutine ha anche un’altra antipatica proprietà che si chiama mimetismo molecolare, un fenomeno legato al fatto che ci sono proteine con sequenze di aminoacidi simili in vari tessuti del corpo e che quindi il sistema immunitario, attivato contro la gliadina, può attaccarli e produrre una reazione infiammatoria. Tipico esempio, la tiroidite di Hashimoto, in cui molto frequentemente il livello di anticorpi si riduce o scompare eliminando il glutine. O al contrario la candida, che può essere un fattore scatenante della celiachia per un altro meccanismo di reattività crociata.

A prescindere dalla presenza di attivazione del sistema immunitario, il gruppo di Fasano a Baltimora ha scoperto che la gliadina induce la permeabilità intestinale stimolando i recettori delle cellule intestinali al rilascio di zonulina, una proteina che ha la funzione di allentare le giunzioni strette dell’epitelio, cosa che avviene fisiologicamente per permettere il passaggio di nutrienti, ma diventa patologica se è in eccesso. Quindi il glutine favorisce il danno intestinale a prescindere dall’attivazione immunitaria.


A questo punto rimane la grande domanda: perché l’uomo mangia il pane da millenni e adesso salta fuori che è più tossico della cicuta?

Ci sono molti motivi per spiegarlo, ma vi elenco i principali:

- Enorme incremento del consumo di prodotti contenenti glutine

- Modificazione delle varietà di grano, con la selezione di specie più resistenti ma contenenti nuove forme di glutine non riconosciute dal nostro organismo e più allergeniche

- Deaminazione, processo che ne elimina un aminoacido e lo rende un ottimo additivo, onnipresente nei prodotti industriali e anch’esso sconosciuto al nostro sistema immunitario

- Carico di tossine a cui siamo esposti quotidianamente e ancora prima della nascita (pesticidi, metalli pesanti, plastiche, sostanze chimiche ecc)

- Disbiosi intestinale, alla base di un’infiammazione intestinale che in qualche misura tutti presentiamo

- Stress cronico e conseguente malfunzionamento immunitario

A questo punto, che fare?

A mio avviso, chiunque presenti un sintomo cronico come quelli sopra descritti, indicatori di uno stato di infiammazione, oppure una patologia dello spettro autoimmune, deve immediatamente adottare un regime privo di glutine. Questo non significa ovviamente passare ai micidiali prodotti industriali gluten free, ma semplicemente fare a meno di pane, pasta, pizza e dolciumi vari. Si vive benissimo lo stesso e Lucia vi fornirà molte ricette sane per colmare il vostro vuoto affettivo.

Nelle malattie autoimmuni, neurologiche e in generale croniche, l’astensione deve essere per sempre, senza se e senza ma. Negli altri casi, si verifica la risposta del corpo all’astensione e alla reintroduzione, dopo di che si decide di conseguenza. A volte è possibile reintrodurlo sporadicamente senza avere conseguenze, ma teniamo conto del fatto che vanno valutati eventuali sintomi che compaiano anche dopo tre giorni dall’assunzione del glutine. Nella mia personale esperienza, aver mangiato (all’estero e per errore) mezzo piatto di farro dopo più di un anno di astinenza ha avuto un effetto che mi ha tolto per sempre qualunque desiderio di rifare esperimenti.


Non mi resta che darvi un caloroso benvenuto nel club dei falsi celiaci!

Roberta Raffelli

















Per approfondire consiglio:

Barbaro MR, Cremon C, Stanghellini V, Barbara G. Recent advances in understanding non-celiac gluten sensitivity. F1000Res. 2018;7:F1000 Faculty Rev-1631. Published 2018 Oct 11

Corouge M, Loridant S, Fradin C, et al. Humoral immunity links Candida albicans infection and celiac disease. PLoS One. 2015;10(3):e0121776. Published 2015 Mar 20

Drago S, El Asmar R, Di Pierro M, et al. Gliadin, zonulin and gut permeability: Effects on celiac and non-celiac intestinal mucosa and intestinal cell lines. Scand J Gastroenterol. 2006;41(4):408–419

Hadjivassiliou M, Gibson A, Davies-Jones GA, Lobo AJ, Stephenson TJ, Milford-Ward A. Does cryptic gluten sensitivity play a part in neurological illness?. Lancet.1996;347(8998):369–371

Hadjivassiliou M, Rao DG, Grìnewald RA, et al. Neurological Dysfunction in Coeliac Disease and Non-Coeliac Gluten Sensitivity. Am J Gastroenterol. 2016;111(4):561–567

Jackson JR, Eaton WW, Cascella NG, Fasano A, Kelly DL. Neurologic and psychiatric manifestations of celiac disease and gluten sensitivity. The Psychiatric Quarterly. 2012 Mar;83(1):91-102

Myers A. La soluzione autoimmune. Gribaudi, 2015

Perlmutter D. La dieta intelligente. Mondadori, 2015

Roszkowska A, Pawlicka M, Mroczek A, Bałabuszek K, Nieradko-Iwanicka B. Non-Celiac Gluten Sensitivity: A Review. Medicina (Kaunas). 2019;55(6):222. Published 2019 May 28

Shewry PR. Do ancient types of wheat have health benefits compared with modern bread wheat?. J Cereal Sci. 2018;79:469–476

Vasefi M, Hudson M, Ghaboolian-Zare E. Diet Associated with Inflammation and Alzheimer's Disease. J Alzheimers Dis Rep. 2019;3(1):299–309. Published 2019 Nov 16

Vinagre-Aragón A, Zis P, Grunewald RA, Hadjivassiliou M. Movement Disorders Related to Gluten Sensitivity: A Systematic Review. Nutrients. 2018;10(8):1034. Published 2018 Aug 8

Volta U, Tovoli F, Cicola R, et al. Serological tests in gluten sensitivity (nonceliac gluten intolerance). J Clin Gastroenterol. 2012;46(8):680–685

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Nel 2008 eravamo al nostro terzo, quarto, quinto, boh viaggio in India. Con una coppia di amici, Roberto ed io avevamo visitato il Rajastan, festeggiato il capodanno e poi, salutati gli amici, abbiamo preso un aereo per Bangalore e a seguire il treno per Mysore, entusiasti di ricominciare a praticare, dopo la breve sosta vacanziera. A Mysore (città natale dell'ashtanga yoga e ancor oggi meta principale e ambita di tutti i praticanti vecchi e nuovi), ci aspettavano i nostri vicini di casa, anche loro appassionati di yoga. La casa era sempre la stessa, vicino all'ufficio postale, la stanza sempre la stessa, quella in mezzo. Stessi proprietari di casa, stessi insegnanti, stesso ristorante, stessa shala, ma nuovi amici. Durante una delle eterne colazioni post pratica al "Mandala", una mattina incontriamo C. e la sua nuova compagna e futura moglie J. Lui americano, lei francese e non praticavano ashtanga. Cosa???? Cos'altro si potrebbe mai venire a fare a Mysore se non a praticare ashtanga? C. e J. ci parlarono a lungo di questo nuovo, giovane insegnante, Vinay.

Vinay, poco più che ventenne, aveva sistematizzato uno suo metodo con una sequenza di asana specifica, un nuovo stile dinamico, cugino dell'ashtanga: Prana Vashya Yoga. Inoltre, tutti i pomeriggi insegnava classi di back bendings (posizioni di inarcamento della schiena) ai suoi, allora poco numerosi, allievi. C. e J. ce ne raccontavano meraviglie: la sua bravura, attenzione, precisione, dolcezza...."Dovete venire a provare una classe di back bendings" continuavano a dirci. E beh, a dire il vero, la classe degli stramaledettissimi back bendings ci incuriosiva un bel po', ma "no dai, doppia pratica no!"; "beh ma proviamo, solo una volta dai!!!".... Così Roberto ed io cercavamo di convincerci o dissuaderci a turno sul da farsi. Un giorno C. e J. ci dicono che quel sabato ci sarebbe stata una classe di bhajan (un tipo di canto devozionale indiano) e a seguire una cena in terrazza per una cifra davvero irrisoria. Roberto attratto dalla cena, io dai canti (senza naturalmente avere la più pallida idea di che cosa fossero) decidiamo di partecipare al raduno di quel sabato sera, nella shala di Vinay. Arriviamo, una decine di persone seduta per terra a gambe incrociate, di fronte una signora in sari cantava cose incomprensibili in un'atmosfera di devozione totale a chissà chi o cosa. Ci fanno entrare e sedere a gambe incrociate, cosa per noi quasi impossibile all'epoca, nonostante gli sforzi dedicati all'apertura delle anche! Ci danno un foglio con le parole dei canti che avremmo eseguito e via che la signora inizia a cantare. Dopo meno di dieci minuti in cui cercavo di darmi un tono e di seguire affannosamente le parole e la melodia, Roberto si gira, con sguardo infuocato e facendomi il segno dello sgozzamento sussurra "mai più!". Sottotitolo ".... o sei morta!"

Ahimé la sessione è durata più di un'ora, solo il miraggio della cena e l'idea della figuraccia se si fosse alzato, ha tenuto Roberto incollato al pavimento a sfarfugliare parole senza senso.... quanto meno per noi! Fortunatamente la cena era buona e la compagnia molto gradevole, così mi sono evitata il divorzio per direttissima! In quell'occasione abbiamo conosciuto Vinay che ci fece subito un'ottima impressione.

Decidemmo dunque di andare a parlare con lui per essere ammessi alla classe di back bendings. Sapevamo da C. e J. che Vinay non accettava praticanti per meno di un mese, noi avevamo più o meno ancora un paio di settimane, ma pensammo che avremmo potuto convincerlo. Così un pomeriggio, abbiamo chiesto un appuntamento e siamo andati a parlare con lui. Beh, una scena che non scorderò mai! Prima Vinay ci spiega per filo e per segno come è articolata una classe, la gradualità degli esercizi, il "taglio sartoriale" ovvero l'attenzione ad ogni singolo allievo nel rispetto della sua anatomia, limiti, libertà, la serietà che richiedeva e il fatto che non era possibile partecipare per meno di un mese, poiché lui non avrebbe potuto fare, dal suo punto di vista, un lavoro completo. Dopo è toccato a noi. A quel punto abbiamo sfoderato tutte le nostre armi persuasive per cercare di convincerlo a prenderci per due settimane. Abbiamo tirato in ballo il lavoro, la casa, il volo di ritorno, assicurando però tutta la nostra serietà, dedizione e impegno. Vinay ci ascoltava con un sorriso comprensivo sulle labbra, con attenzione e interesse. Ormai convinti di averlo persuaso abbiamo terminato la nostra arringa per sentire il verdetto: "No, sorry! You can come back next year for one month" sempre con il suo dolce sorriso! Eravamo esterrefatti! L'uomo era stato irremovibile! Tristi, beffati, ma anche un po' divertiti, siamo ritornati a casa con la coda fra le gambe.

Quel giovane insegnante, così dolce e allo stesso tempo, serio, sicuro e determinato ormai mi aveva conquistato e nel giro di due anni ero insegnante di Prana Vashya.

Dopo qualche anno, riconvertita all'ashtanga, un giorno a Bottega Ashtanga arriva I. (aveva praticato con noi l'anno prima, ma aveva sempre espresso il desiderio di provare Prana Vashya), era tornata da Mysore dove aveva studiato con Vinay. Mi ha chiesto se poteva venire in shala e praticare Prana Vashya e se magari le potevo dare un'occhiata di tanto in tanto. Ci ho dovuto pensare un po', mi sono confrontata con Roberto e ci siamo detti, ma perché no? Così I. frequenta la shala e in mezzo a tutti quelli che praticano la loro serie di ashtanga, lei si ricava uno spazio e un tempo per la sua pratica e io sono molto felice dell'"interculturalità" e di poterla seguire e sostenere quando necessario.

Ora, a Bottega Ashtanga sembra che oltre alla passione per lo yoga si condivida anche quella per la dieta sana: ci si scambia ricette, si condividono colazioni, si spacciano granuli di kefir e scoby per la kombucha. Un giorno prima del lockdown I. mi scrive un messaggio dove c'era una ricetta e il suo commento "Lucy, questa la devi provare!". E così ho fatto, con una piccola modifica. Visto il successo la condivido qui!


Brownies buoni e sani

Ingredienti 1 batata grande (circa 600 g)

150 g di cioccolato fondente (minimo 85%) 2 cucchiaini di olio di cocco 2 datteri (facoltativi) 2 cucchiai di cacao amaro (meglio se cacao crudo) un pizzico di sale

Porcedimento Cuocere la batata in acqua o al vapore fino a quando risulterà morbida. Sciogliere il cioccolato a bagnomaria. Mettere la batata e gli altri ingredienti in un frullatore o robot da cucina e frullare fino ad ottenere una crema omogenea. Trasferire l'impasto in una teglia da forno ricoperta da carta da forno (naturalmente non trattata!) e cuocere in forno a 180° per 25 minuti. I datteri (nel numero di 5) sono presenti nella ricetta originale, ma lo abbiamo provato per voi, e anche senza è buonissimo!

Provatelo e diteci se vi piace!

Lucia Di Lucca


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