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Osteoporosi: cosa fare davvero

Aggiornamento: 30 mar

L’osteoporosi è una delle più frequenti fra le malattie attualmente classificate come “non trasmissibili”, ossia quelle cronico-degenerative. Si calcola infatti che nel mondo ne siano affetti dopo l’età di 50 anni una donna su tre e un uomo su cinque, con una cifra globale stimata in oltre 200 milioni di individui colpiti. L’importanza anche sociale del problema è evidente se consideriamo che le complicanze dell’osteoporosi non solo comportano una progressiva invalidità e perdita di autosufficienza, ma che la frattura dell’anca è responsabile di una mortalità importante, calcolata intorno all’8% nell’uomo e al 3% nella donna.



Se l’invecchiamento della popolazione è grossolanamente ritenuto il fattore principale dell’enorme incremento della patologia, gli studi hanno evidenziato una serie di fattori di rischio meno scontati, quali il fetal programming, ossia la programmazione epigenetica che avviene durante la vita intrauterina e nella primissima infanzia con l’interazione fra il genoma e i fattori ambientali. Si è visto infatti che il basso peso alla nascita, così come insufficienti livelli di vitamina D nella madre durante la gravidanza, sono direttamente proporzionali a scarsa massa ossea e a rischio di frattura da adulti. 

Ma i fattori ambientali e lo stile di vita continuano a giocare un ruolo fondamentale anche in seguito, tanto che possiamo considerare l’osteoporosi una tipica malattia del mondo moderno: in particolare sono fortemente correlati al rischio la sedentarietà, l’alimentazione ricca di zuccheri e alimenti processati e povera di minerali e vitamine, molti farmaci, lo stress cronico e i conseguenti alti livelli di cortisolo protratti nel tempo, l’insufficiente esposizione alla luce solare, alcool e fumo. È dunque evidente che sarebbe logico e auspicabile lavorare in prevenzione fin dalla più tenera età, o ancora meglio dalla vita prenatale, per evitare di dover ricorrere a terapie quando la situazione è già compromessa, ma vediamo quali soluzioni abbiamo a disposizione una volta che dobbiamo affrontare la malattia già in atto.



Bifosfonati e C.: sì o no?

La medicina convenzionale propone svariati farmaci per l’osteoporosi, che possiamo riassumere in anti-riassorbitivi e anabolici.

Degli anti-riassorbitivi fanno parte i bifosfonati, vasto gruppo di sostanze con il meccanismo comune di azione del blocco degli osteoclasti, ossia delle cellule che riassorbono l’osso, e il denosumab (nome commerciale Prolia), anticorpo monoclonale che inibisce il recettore RANKL, indispensabile per la differenziazione degli osteoclasti dal loro precursore. In entrambi i casi, viene impedito il riassorbimento osseo, meccanismo tuttavia fondamentale nell’equilibrio dinamico di un osso sano, nel quale continuamente avviene un processo di rinnovamento che implica distruzione di ciò che è vecchio e disfunzionale e rigenerazione di nuovo tessuto. L’osso diventa più rigido, meno elastico, e paradossalmente può andare incontro a fratture atipiche. Quelli ad assunzione orale possono causare esofagiti e ulcere, mentre effetti collaterali comuni a tutti sono problemi oculari, renali, febbre e dolori muscolari anche severi ma soprattutto la devastante osteonecrosi mandibolare, molto meno rara di quanto venga comunemente ammesso, come ogni dentista ben sa. Prolia può anche essere responsabile di infezioni urinarie e respiratorie, eruzioni cutanee, alopecia e disturbi intestinali; non può inoltre essere sospeso se non si prosegue la terapia con un bifosfonato, poiché interrompendolo il tasso di fratture vertebrali aumenta rapidamente.

Il farmaco anabolico è invece il teriparatide, un analogo del paratormone che, somministrato in modo intermittente (a differenza del paratormone naturale, prodotto in maniera continua dall’organismo, che invece aumenta l’attività degli osteoclasti) stimola gli osteoblasti, cioè le cellule che ricostruiscono l’osso. Molto più potente (e costoso), efficacissimo sul dolore, meglio tollerato ma… alla sospensione tutto torna come prima e va necessariamente proseguita la terapia con bifosfonati. Piccolo particolare non trascurabile, nei ratti ha dimostrato di aumentare il rischio di osteosarcoma, per cui il suo uso prudenzialmente va limitato a massimo due anni ed è controindicato in modo assoluto nei pazienti oncologici.


L’approccio della medicina integrata e funzionale

La soluzione farmacologica è certamente una via facile, una scorciatoia che mette una pezza ma non è in grado di ricostruire un tessuto sano. I valori della densitometria migliorano, ma non necessariamente si riduce la fragilità ossea e soprattutto, il prezzo da pagare in termini di rischi ed effetti avversi è molto alto.

Abbiamo però un’alternativa, una strada più faticosa che implica un lavoro globale sulle cause che hanno portato all’osteoporosi (che attualmente non si ritiene più un problema di perdita di minerali dall’osso, ma di infiammazione, tanto che si parla di immunoporosi) e richiede impegno e costanza. 


Occorre ripristinare il bilancio ormonale, imparare a nutrirsi in modo corretto, introdurre un programma di allenamento con carichi crescenti e fornire all’organismo una adeguata supplementazione di macro e micronutrienti indispensabili come materia prima per la ricostruzione.

Vediamo di che si tratta più in dettaglio.



Terapia ormonale

La terapia ormonale sostitutiva (TOS) può essere effettuata con gli ormoni farmacologici tradizionali, che sono associazioni di estrogeni e progestinici, cioè composti simili ma non uguali agli ormoni naturali prodotti dal corpo. La TOS funziona ma ha alcune importanti criticità:

  1. Poiché aumenta il rischio di tumore mammario se usata a lungo termine, viene sconsigliato l’utilizzo oltre i 5 anni

  2. Aumenta il rischio cardiovascolare quindi va evitata in presenza di altri fattori favorenti

  3. È una combinazione ormonale preformata che non tiene conto della diversità di ogni donna e non può essere personalizzata, per cui a molte dà effetti collaterali non risolvibili se non con la sospensione.


Per contro, si può utilizzare una terapia bioidentica, ossia con ormoni uguali a quelli naturali (anche se non necessariamente di origine naturale- per un’analisi più approfondita suggerisco la lettura di un mio post precedente  https://www.healthsociety360.com/post/ormoni-bioidentici-q-a ), che offre fra l’altro la possibilità di impiego anche del testosterone, altro importantissimo alleato per le ossa.

Mentre gli estrogeni hanno effetto anti-riassorbitivo, progesterone e testosterone hanno effetto anabolico, stimolando la costruzione di nuovo osso. Il miglioramento della densità ossea si accompagna anche ad una conservata funzionalità, dato che avviene in modo fisiologico e con qualità ottimale. Non essendoci rischi a lungo termine né per la mammella né per il cardiovascolare, apparato sul quale anzi viene esercitata un’influenza protettiva, la terapia può essere protratta a tempo indeterminato, peraltro con numerosi altri benefici sulla qualità della vita. E se estrogeni e progesterone sono comunque controindicati in donne con precedente tumore mammario ormonopositivo, il testosterone si può usare con la massima tranquillità (da alcuni studi sembra addirittura ridurre il rischio di recidiva) e può essere associato ad altri ormoni efficaci quali DHEA e melatonina.


Esercizio fisico mirato

Contrariamente a quanto veniva consigliato in passato, nell’osteoporosi il lavoro di carico sull’osso è indispensabile. La letteratura suggerisce esercizi di resistenza (per esempio con elastici) e con pesi o macchine isotoniche di intensità crescente fino all’85% del carico massimale, che risulta essere il livello ottimale per la risposta ossea. 

Per contro, non sono efficaci gli allenamenti con ridotta gravità (nuoto e attività acquatiche in generale) e sono insufficienti la camminata, l’esercizio a corpo libero, lo yoga e altre discipline affini, peraltro utilissime per la flessibilità, l’equilibrio, la mobilità articolare, la salute cardiocircolatoria e la stabilità emotiva. Sostanzialmente, sarebbe ideale imitare lo stile di vita dei nostri progenitori cacciatori-raccoglitori o più modestamente quella dei nostri bisnonni, nella cui routine era contemplata ogni genere di fatica fisica per molte ore ogni giorno!



Alimentazione

Il grande nemico delle ossa è lo zucchero, come avevano ben capito già gli antichi medici cinesi, in quanto infiammatorio per eccellenza, soprattutto per via dell’aumento dell’insulina. Lo sono inoltre i cibi acidificanti, quindi soprattutto latticini (soprattutto quelli vaccini, anche insulinogenici) e altre proteine animali, sebbene lo svantaggio dell’acidità sia compensato dalla qualità dell’apporto proteico, decisamente più efficace di quello vegetale. Occorre quindi compensare i radicali acidi con alimenti alcalini in grande quantità, soprattutto verdure, ed eventualmente aggiungere all’integrazione minerali alcalinizzanti. Va sottolineato che un adeguato apporto proteico è assolutamente imprescindibile e in caso di regimi alimentari vegetariani o vegani, nei quali in genere è insufficiente, vale la pena di considerare la supplementazione con proteine in polvere.



Integrazione 

Purtroppo l’alimentazione e lo stile di vita attuale difficilmente riescono a fornirci i micronutrienti nelle quantità necessarie al fabbisogno del tessuto osseo. In particolare, ci sono alcune vitamine e minerali che è indispensabile inserire come integratori:

  • Vitamina D, in quantità adeguate a mantenere un livello ematico di almeno 50 ng/ml con paratormone sotto i 50 pg/ml (non esiste un livello ottimale per tutti anche a causa di mutazioni genetiche che rendono meno efficace l’azione della vitamina e richiedono livelli più alti perché sia efficace). Aumenta il riassorbimento intestinale e riduce l’escrezione renale del calcio

  • Vitamina K2, indirizza il calcio alle ossa attivando l’osteocalcina, proteina che lo lega e lo fissa alla matrice ossea, impedendogli contemporaneamente di depositarsi nelle arterie e nei reni tramite la MGP (Matrix GLA Protein). Agisce quindi in sinergia con la vitamina D nella regolazione del metabolismo del calcio

  • Magnesio: cofattore della conversione della vitamina D in forma attiva e di tutti gli altri processi enzimatici del suo metabolismo. Senza magnesio, la vitamina D non funziona correttamente. Regola inoltre l’attività di osteoblasti e osteoclasti, la deposizione e fissazione del calcio, la funzionalità del paratormone.

  • Vitamina A: essenziale per la sintesi di osteocalcina e MGP, attivate dalla K2, ed è necessaria per modulare l’azione di osteoblasti e osteoclasti e quindi la corretta ossificazione.

  • Boro: oligoelemento che presenta una vasta gamma di effetti sull’osso, riducendo l’escrezione urinaria di calcio e magnesio, migliorandone l’utilizzazione e potenziando l’effetto della vitamina D. Inoltre attiva gli osteoblasti e stimola l’azione sull’osso di estrogeni e testosterone.

  • Collagene: il collagene rappresenta il 30% delle proteine del corpo ed è essenziale per la struttura della pelle, dei tendini, dei vasi sanguigni e delle ossa. Purtroppo però la sua produzione da parte dell’organismo diminuisce progressivamente con l’età e l’apporto alimentare oggigiorno è del tutto insufficiente anche in chi segue una dieta onnivora, dato che le parti cartilaginee degli animali non vengono abitualmente consumate. La supplementazione di collagene si è dimostrata efficace nel miglioramento della densità ossea nella maggior parte degli studi, sia sugli animali che negli umani. 

  • Vitamina C: non solo è essenziale per la sintesi e maturazione del collagene, alla cui supplementazione va sempre associata, ma lavori recenti ne hanno dimostrato il ruolo epigenetico nella osteogenesi e nel mantenimento della salute scheletrica.

  • Silicio: gioca un ruolo essenziale nella formazione e mantenimento dell’osso, sia diretto per stimolazione degli osteoblasti, sia indiretto tramite il miglioramento dell’assorbimento del calcio. La sua integrazione sia negli animali che negli umani ha dimostrato di incrementare la densità minerale ossea. La biodisponibilità di questo minerale allo stato inorganico è tuttavia molto variabile: la forma più assorbibile risulta l’acido ortosilicico stabilizzato (OSA), ma l’estratto di bambù pare associare anche l’effetto fitoestrogenico dei vari componenti (isoflavoni, lignani ecc.) che ne potenzia l’efficacia.


Nella mia esperienza personale, devo dire di aver visto miglioramenti impressionanti anche in tempi relativamente brevi con l’approccio integrato, soprattutto in chi ha seguito tutti gli step in modo corretto, perché sono interdipendenti ed è dalla loro interazione che si ottiene il massimo risultato.

In conclusione, nel momento in cui veniamo messi di fronte alla fragilità della nostra ossatura, abbiamo due strade davanti a noi: la via farmacologica, passiva, facile, statica, con tutti i suoi rischi e i suoi limiti, o la via fisiologica, decisamente impegnativa, dinamica, che richiede fatica e cambiamento di abitudini, offrendo però in cambio grandi benefici, non solo a livello osseo, e nessun rischio. 

A noi la scelta.

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