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Birmania e l’incubo della meditazione vipassana. Seconda puntata


Eravamo rimasti al programma giornaliero e anche in questo caso mi vedo costretta a sintetizzare. La sveglia era molto prima dell’alba, annunciata dal suono di una campana e dopo solo mezz’ora iniziava la prima sessione di meditazione di due ore.

Inutile dire che la prima ora riuscivo, resistevo con tutto il mio impegno asburgico, determinata ad arrivare fino in fondo! Verso le 5.30 mi sembravano passate 8 ore e mi domandavo perché non iniziasse il mantra finale di interruzione. Aprivo gli occhi (e non avrei potuto, prima infrazione della giornata) e apprendevo con terrore che mancava ancora un'ora. Molte volte mi sono concessa cinque minuti (nella realtà forse erano 40) di riposo durante i quali perdevo completamente i sensi con la testa appoggiata alle ginocchia, dopo di che cercavo di recuperare posizione eretta e tutta la concentrazione possibile.

Alla fine della prima sessione ci attendeva la colazione. Ecco non pensate a un bel croissant, pane con burro e marmellata, bullet proof coffee e neppure a una bella ciotola di crema Budwig. La cosiddetta colazione era composta da zuppa, noodles, misto di fagioli secchi e aglio, pane per toast non tostato, marmellata radioattiva, tè con latte –orrore e raccapriccio – in alternativa tè verde inodore e insapore e frutta (anguria o papaia).

Dopo la colazione avevamo un’ora di pausa, durante la quale facevamo una passeggiata nel “vialetto della tristezza”, prima di andare a fare un pisolino per affrontare il resto della giornata.

Alle otto e fino all’ora del pranzo si susseguivano sessioni di meditazione alla presenza degli insegnanti, durante i quali le regole di immobilità erano ancora più ferree e altre in cui meditavamo tutti insieme, ma senza insegnanti. In realtà non cambiava poi molto. Tutte le sessioni erano intervallate da cinque minuti d’aria, durante i quali tutti ci affannavamo in brevi camminate per recuperare l’uso delle gambe.

Sorvolerò sul menù del pranzo (non molto diverso da quello della colazione, tutto sommato), dopo il quale c’era un'altra pausa di circa un’oretta per poi ricominciare con le sessioni pomeridiane. Va ricordato che dal settimo giorno in poi, la meditazione del pomeriggio si teneva all’interno di piccole celle buie. Così, tanto per non farci mancare nulla!

Il pranzo era praticamente l’ultimo pasto, visto che la merenda era composta da palline di zucchero e una specie di succo d’arancio così dolce da essere, almeno per me, imbevibile.

L’ultima sessione di meditazione era ancora una volta, alla presenza degli insegnanti, ma poi c’era il momento più bello della giornata, il discorso di Goenka. Tutte le sere ci parlava dallo schermo della tv, raccontando l’esperienza vissuta in quella giornata e anticipando quella successiva, ed era sempre tutto vero!

I primi tre giorni sono stati un crescendo di rabbia e nervosismo: odiavo tutto e tutti, mi faceva schifo tutto: detestavo il cibo, la mensa nella quale mangiavamo guardando il muro, le mie compagne di tavolo: tre monache buddhiste che si prodigavano in rumori di ogni genere. Ma chi proprio non potevo sopportare erano le mie compagne di corso “orientali”. Madri di famiglia con un metro cubo di sedere che arrivavano, si sedevano a gambe incrociate oppure appoggiavano i loro voluminosi deretani sui talloni e per un'ora intera non battevano ciglio. Immobili come statue di sale! Nelle retrovie, gremite di straniere, il fruscio e il movimento si sprecavano, Dopo solo un quarto d’ora, l’agitazione serpeggiava tra noi. Ma non era solo l'invidia ad alimentare il mio odio, piuttosto la violenta e ripetuta rottura del nobile silenzio con fragorosi rutti! Vabbè, pensavo, forse non digeriscono bene. Macché, queste ruttavano come vulcani in piena eruzione a tutte le ore, anche alle 4.30 del mattino. Come ciò fosse possibile a distanza di 15 ore dall'ultimo pasto è per me ancora un mistero, fatto sta che durante tutte le ore di meditazione i rutti riecheggiavano nella stanza. Ero esasperata.

Ad un certo punto mi sopravviene un pensiero: le signore stavano infrangendo la regola del Nobile Silenzio! Durante la prima seduta post pranzo del terzo giorno, apice del rutto, penso che avrei potuto parlare con una delle assistenti. Mentre meditavo, apro timidamente un'occhio, per cercare tra le volontarie l'unica che parlava un po' d'inglese mentre tra me e me ripeto la mia vertenza sul rutto. Ed ecco che mi accorgo che l’insegnante principale di bianco vestita, totalmente assorta nella sua meditazione, senza muovere neppure un capello caccia un sonoro ruttone. Tutte le mie speranze, sono andate in frantumi in meno di un istante. Sconsolata ho richiuso gli occhi e mi sono detta che il rutto non costituiva, evidentemente un'infrazione al Nobile Silenzio.

Con il passare dei giorni le cose non miglioravano, né sul fronte rutti e neppure su quello dolori: il male alla schiena era diventato all’ordine del giorno, sembrava di avere un pugnale piantato tra le scapole, sonno perso per sempre così come pure i menischi.

Tutti i giorni mi rimettevo alla mia asburgicità, ricorrendo ai “mantra” paterni del tipo “se c’è qualcosa da fare, bisogna farla e basta!”.

Provavo e riprovavo a rispettare le regole di immobilità, cercavo di non farmi distrarre da rumori gastrici, in fondo lo scopo della meditazione è arrivare alla consapevolezza che tutto cambia e sviluppare un sentimento di equanimità, per cui rimanere imperturbabili è un must! Mi concentravo sul respiro e poi sulle varie parti del corpo: dalla testa ai piedi, dai piedi alla testa. La testa, gli occhi, il naso e le guance e .... Prrrrrrrooootttttt!!!! Uno scoreggione squarcia il silenzio della Dhamma Hall! Non ci potevo credere! Ero totalmente affranta! Sbuffando ho aperto gli occhi e ho visto, oltre al volto tra il desolato e il disgustato della ragazza olandese, il sederone della signora davanti a me che lentamente si riaccomodava sui talloni! Ah, l’aveva pure sollevato, la culona. Altro che equanimità, avrei voluto il lancia fiamme! Inutile dire che, con il passare dei giorni, anche le scoregge sono aumentate!

Il quinto giorno è l’apoteosi del disastro: la mattina per colazione c'era una zuppa che mi aveva ricordato la zuppa di cervello di scimmia di Indiana Jones! Alla pratica del mattino non ero riuscita a trovare un solo minuto di concentrazione e alla prima pratica del pomeriggio ancora peggio! E qui il tracollo: scoppio a piangere in preda ad una crisi di rabbia furente. Mentre correvo in camera pensavo, nell’ordine: 1) chi diavolo me lo aveva fatto fare di dare retta a quell’invasato di mio marito; 2) quando esco chiedo il divorzio e torno da mia madre; 3) perché stava capitando proprio a me; 4) odiavo le volontarie; 5) mi sentivo costretta a vivere come una galeotta, confinata in un recinto e costretta a dormire in una branda di ferro!

Non avevo ancora finito di enumerare i punti di cui sopra, che subito sono stata pervasa da un grandissimo senso di colpa: ho lavorato in prigione e ovviamente il paragone non regge. Non fosse altro che dopo 10 giorni saremo state libere. Mi sentivo malissimo per i miei pensieri verso le volontarie che rendevano possibile il mio soggiorno e il buon successo del mio corso di meditazione! Erano così gentili, così carine che quando uscivamo dalla Dhamma Hall ci facevano trovare addirittura le ciabatte girate pronte per essere infilate!

Da quel momento in poi c’è stata una svolta: il cibo ha cominciato a sembrarmi buonissimo (....issimo? Forse un po’ esagero), le volontarie per dirla con Battisti, erano per me, come angeli caduti in volo. Anche i rutti e le scoregge, che nel frattempo erano aumentati in frequenza, mi facevano sorridere. La fatica, il mal di schiena, il dolore alle ginocchia invece mi hanno accompagnato fino alla fine.

La mattina dell’undicesimo giorno finiva il voto del Nobile Silenzio e ci siamo tutte ritrovate a condividere l’esperienza e a parlare delle difficoltà, di rutti e scoregge, di fatica e dolore fisico e sembravamo possedute dal demone della parola! Poi il colpo basso: l'aveva detto Goenkaji che chiacchiere e meditazione non vanno d'accordo e, infatti, le ultime sessioni sono state difficilissime, impossibile ritrovare la concentrazione! Dopo la colazione dell’undicesimo giorno eravamo liberi, ma come per assurdo, abbiamo fatto un po' fatica a lasciare il centro. È stata un'esperienza difficile, ma importante per tutti.

Nota: S.N. Goenka e J. Coleman sono stati forse i due insegnanti laici più importanti nella diffusione della meditazione vipassana che entrambi hanno appreso dal maestro U Ba Khin.

In onore della Birmania a questo punto ci sta una ricetta tipica del sud est asiatico: la zuppa al latte di cocco, nota anche come zuppa thai o tom yam, di cui esistono innumerevoli versioni, questa riadattata e rielaborata per rispondere ai rigidissimi parametri della Robby, a me e Roberto piace sempre molto. Provatela!

Zuppa Thai

Ingredienti (per 2 persone)

200 ml di latte di cocco

150 ml di brodo vegetale

2 cipollotti (o 1 cipolla)

un mazzetto di pok choi o bietoline o spinaci

4/5 funghi shitake

1 manciata di germogli a piacere

1 peperone rosso (facoltativo)

4/5 foglie di lemongrass

1 lime (succo)

1/2 cm di radice di zenzero (o zenzero in polvere)

1 cucchiaino di curry verde

1 cucchiaino di paprica piccante o peperoncino

Tofu, o pollo o gamberetti

Preparazione

Preparare in anticipo il brodo vegetale. In una padella rosolare con un cucchiaio di olio di cocco e un po’ di zenzero tritato i gamberi/pollo/tofu (in quest’ultimo caso aggiungere un cucchiaio di tamari), salare a piacere e cuocere per 5/10 minuti.

In una pentola rosolare i cipollotti con le spezie. Aggiungere le verdure tagliate grossolanamente, il brodo e il latte di cocco. Quando la zuppa inizia a bollire, abbassare la fiamma e cuocere per altri 15 minuti circa. Alla fine aggiungere i gamberi/pollo/tofu. Volendo si possono aggiungere due “palline” di spaghetti shirataki per persona. Facile e buona, stupirà anche i vostri ospiti. Non resta che sperimentare!

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